Culodiferro@

“quando mi chiamavano “culodiferro”

ricordi di un viaggetto del 2002…
(Roma-Arabba-Lienz-Budapest-Vienna-Roma)

L’autostrada per l’Italia scivola sotto il sole, scivola fra frutteti e vigne, cerca l’Europa nel caldo di agosto.
Mezzocorona, Bolzano, Trento, Rovereto, sto scendendo la val d’Adige da solo, come un salmone che torna al mare, il viaggio di ritorno alla sorgente del viaggio.
Vado dove l’autostrada sta ancora nelle fiabe o nei racconti dei giornali, segna l’identità di fiumi o foreste.
Oltralpe, dove si chiama autobahn, l’autostrada è un nastro di asfalto steso senza tanti collegamenti minori.
Penso questo mentre percorro il viadotto (con jumping annesso) del Brennero, sono muto dietro la visiera mentre percorro questa valle che spacca le Alpi a metà, anche la visione laterale è stupenda. C’è il rumore del fiume (lo immagino) il vento del nord che scende e parla di grandi tempeste della storia, il profumo di segherie e di kuemmel. L’isarco, la val di Fleres con i ghiacciai. Nomi antichi: Malles, Truibulain, Elboegen, Steinach, Brennero.
Quanto è più facile viaggiare al nord. Penso ai viaggi di Anna Karenina:
“Ed ella aprì lo sportello; la tempesta ed il vento le si precipitarono incontro”
La realtà è il ricordo del vento fottuto incontrato durante l’andata, schiaffoni che spostano di mezzo metro anche viaggiando oltre i 180 ; durante un sorpasso, nel tratto poco prima di abbandonare l’Austria per entrare in Ungheria, il vento e lo spostamento d’aria dell’autotreno mi fa derapare con entrambe le ruote…
Come sono finito quì?
La fuga al nord inizia domenica 11 agosto da Roma, ad Arabba si scende.
Io e gli altri due compagni di avventure (Giampiero e Luca) vogliamo trattarci bene, decidiamo di riposarci anche lunedì, vogliamo andare a vedere come funziona l’altro mondo.
Forse vogliamo solo imbrogliare le carte.
Calcoliamo attentamente i chilometri e la strada da fare. Da Arabba strada statale fino a metà Austria poi autobahn, statale attraversando parte dell’Ungheria poi autostrada fino a Budapest.
Quando la notte, vedo i ponti del Danubio, ripenso ai treni per Auschwitz.
Qui il tempo sembra fermarsi.
Le Ore non hanno più senso per noi, le giornate ormai si sono dilatate.
Ci svegliamo intorno le 9 del mattino e andiamo a dormire, generalmente, dopo le 3 di notte.
Solo oggi comprendo il motivo, il nostro non è stato un viaggio, è stato un vagabondaggio, magari di lusso, ma sempre un vagabondaggio.
Non ha il risucchio della fine, l’accelerazione terminale che ti travolge (anche se al ritorno ci siamo fatti il viaggio senza mai scendere sotto i 160.)
Persino la luna quella sera sembrava ferma.
Me ne accorgo sulla strada per Salisburgo.
L’assenza di una meta, il ritmo sincopato, l’andare in cerca di un chissadove, ci ha portato fuori del tempo.
Verso Budapest ogni tappa era una corsa verso l’est, qui no, ogni tratta è un viaggio a sé.
Uno spazio che si apre al mattino e si chiude con il lancio degli stivali sul pavimento della stanza d’albergo.
Mucche pezzate, pecore, pioggia, fiumi che si gonfiano da una sera al mattino successivo, campanili a cipolla, vecchi ricordi asburgici, viennesi tristi, e bulgari sorridenti nella loro ritrovata libertà..
Albeggia…
la pianura finisce …

Quando ripartiamo????

Prospero Gambone

 

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