La Signora@

“LA SIGNORA”

Correte quanto volete, ma portatevi dietro tanto culo!!

Proprio in uno di quei giorni, così rari durante gli inverni, nei quali la nebbia sembra uno spauracchio fantastico, irreale, scacciato da un sole sfolgorante che si specchia negli infiniti brillanti di brina che ricoprono come un tappeto campagne e sempreverdi, uno di quei rari giorni in cui spira il vento gelato che ha ripulito l’aria rendendola cristallina al punto che sembra di poter allungare la mano e di poter toccare tutto l’arco delle montagne coperte di neve.
E’ il giorno in cui i motociclisti che non hanno messo in letargo la propria compagna a due ruote non riescono a resistere all’irrefrenabile desiderio di far cantare il motore e di correre sulle strade.
Andare, partire, lanciarsi e scivolare in quel nitore in compagnia del vento, verso nord, con le montagne e la neve negli occhi, con qualche eccitante lama di gelo a filtrare attraverso indumenti pesanti, o ad infiltrarsi dal bordo della visiera pur chiusa, o nel buco del guanto pesante, con la virile smorfia di un sorriso goduto poderosamente scolpita sul grugno da duro biker.
Eh! Basta un viaggio, e si ritorna rigenerati e vaccinati contro altre settimane di nebbia, neve o pioggia.
In pace con se stessi e con il mondo.
La scelta tra il Ducati e l’Harley Electra Glide, entrambe coperte da assicurazione in quel periodo.
Vince il Duca, ci penso su un po’ e decido per una cavalcata custom, lenta e ponderata, per godermi il paesaggio senza troppo concentrarmi sulla guida e su una esagerata attenzione per eventuali tratti di strada ghiacciati, molto gradito, vista la temperatura nana, il buon riparo del largo parabrezza dell’Harley.
Scaldo il motore e parto, prendendo la statale. Ben imbottito, come per andare a sciare.

Andavo e motociclettavo di gusto.

Mi sentii gelare quando La vidi.
Ad un incrocio.

Lì in mezzo al maledetto incrocio con i suoi stupidi ed inutili semafori c’era la maledetta automobile messa di traverso, con la fiancata sfondata.
In terra frammenti di vetro e di plastica ed i pezzi della motocicletta che giaceva distrutta metri più in là. E poi i segni di una impossibile frenata, e quelli di un impatto e di una strisciata sull’asfalto.
Mi sentì stringere il cuore come in una morsa, vidi sul ciglio della strada il corpo coperto dal plaid colorato. Una coperta corta, dalla quale spuntavano due stivaletti neri.
Non vidi la gente che si assiepava commentando sottovoce.
Vidi “Lei”, che osservava la forma nascosta sotto la coperta standosene immobile e silenziosa e tenendo piegato il capo nascosto dal cappuccio.
Non c’era emozione in quello stare lì, in quell’essere presente.

Lei era la Morte.

Professionale, distaccata, fredda.

Lentamente attraversai l’incrocio, evitando i rottami che giacevano a terra e cercando di non guardare nè il morto, nè gli spettatori che mi guardavano passare con l’Harley, ne la moto che giaceva a terra, per non essere tentato di volerne riconoscere marca e modello, nonostante la distruzione.
Mi spaventava pensare all’elegante e potente moto sportiva che quel miserevole rottame era stato soltanto pochi minuti prima.
La sirena echeggiò alle spalle mentre mi allontanavo.

Sirena di che ?

V A F F A N C U L O ! !

Polizia…
Inutile ambulanza…

Ormai era fatta…
Era tutto finito.
Il solito automobilista con la testa tra le nuvole, che svolta senza guardare, o frena di colpo, o apre la portiera o…
o…
o!
Cento modi per fracassare testa ed ossa a noi che stiamo sulle moto!
Guidavo a bassa velocità, sconvolto da ciò che avevo dovuto vedere.
La giornata era diventata intollerabilmente fredda, il piacere della guida invernale si era dissolto, il sole e le montagne coperte di neve sembravano appartenere ad un orizzonte che non era più mio.
Pregai brevemente per quell’uomo, che era stato un motociclista, fratello in quella passione travolgente che porta a cavalcare quei meravigliosi cavalli d’acciaio, tanto splendidi quanto vulnerabili, tanto esaltanti quanto pericolosi.
Poi, all’improvviso, mi resi conto di non essere solo, a cavallo dell’Electra Glide.
Non riuscii a continuare nel vagabondare.
Mi fermai su uno spiazzo sterrato vicino ad un prato dall’erba secca coperta di brina.
Scesi di sella e, togliendo il casco, non capì se la causa del brivido gelido che scivolò lungo le membra fosse il venticello teso che spirava da nord, oppure la figura incappucciata di nero che sedeva sul sellone posteriore dell’Harley, appoggiandosi rilassata all’alto schienale.
“Mi piace, la tua moto… “
disse la Morte, ed aveva la voce dolce e profonda di una bella donna.
Una bella donna sulla quale il Tempo non aveva potere alcuno. Una donna placida, matura, sicura del suo fascino e capace di trasmettere tutto ciò attraverso la sua voce.
Niente roba rantolante, parole secche come il crepitare d’ossa, o sussurri malefici.
Tutt’altro: una cosa ammaliante.
– Una grande Harley tutta nera e cromata, con un motore come un grande cuore pulsante.” Mi si addice, non trovi? “
Il cappuccio della Signora in Nero si mosse lentamente, come se lei stesse gustando la vista della moto sulla quale stava seduta.
Me ne stavo zitto, con il casco tra le mani.
“Spero di non averti spaventato… quando ti ho visto passare su questo splendore non ho saputo resistere alla tentazione di venire a fare un giretto con te. Il mio lavoro l’avevo finito, ormai, ed avevo ed ho un po’ di tempo prima del prossimo appuntamento”.
“ Ha fatto bene”
Risposi sentendomi molto stupido, sia perché mi ero rivolto alla Morte dandole educatamente del “lei”, sia perché convinto che le sue parole fossero suonate, come dire? un tantino false.
Il cappuccio della Signora vibrò leggermente, proprio come se lei stesse ridendo.
“Grazie.” – disse poi.” La tua moto è anche molto comoda. L’hai chiamata Augusta, no? Bel nome. Dà la giusta idea.”
Non sapevo cosa dire. D
entro di me pensavo che quello che stava succedendo non fosse reale, non poteva esserlo.
Dovevo avere preso un colpo di freddo.
Forse una cosa grave, per procurare una simile allucinazione…
“ Beh, se è grave, non lo è al punto da richiedere la mia presenza.” disse la Morte. “Ho ancora un po’ di tempo libero, ma se ti spavento posso andarmene subito, se vuoi. “
“Non sono proprio a mio agio, per la verità. “
“Anche se sai che non sono qui per te?”
“Beh, insomma, questo mi tranquillizza un po’. “
Ammisi corrugando la fronte cullando un pensiero sgradevole.
“Ti stai chiedendo quanto tempo dovrà passare prima che il nostro appuntamento diventi una realtà compiuta… “.
“Lei sa leggere nel pensiero? ”
“Puoi darmi del tu. Mi hai portato a spasso sulla tua moto, no? “
“Sai leggere nel pensiero? “
“Che importanza ha? Secondo te un motociclista che ne vede un altro morto in mezzo alla strada riesce a non pensare che presto toccherà anche a lui? ”
“ No, certo.”
“Vedi? Non occorre leggerti nel pensiero per sapere che stai riflettendo se anche a te toccherà incontrarmi in quel modo, o su un’automobile, piuttosto che in un letto… Certo preferiresti che non capitasse con la moto, forse per non dover distruggere uno dei tuoi gioielli a due ruote.”
“E’ proprio così… Però io detesto la psico-logica. Chi la conosce mi può leggere dentro come in un libro aperto. “
“Su, non te la prendere… E’ solo che hai paura delle tue paure. Ed io mi sento di fare qualcosa per te, per ricambiare il piacere che mi hai dato portandomi in moto con te. Vorrei aiutarti ad esorcizzarle, le tue paure. Raccontale a me ed a te stesso, e vedrai che starai meglio. Parlami prima di tutte le cose brutte, e poi lascia che la luce del sole le sbiadisca, intanto che parliamo di tutte le sensazioni meravigliose che le motociclette sanno dare. Alla fine me ne potrò andare… Pensa! Potrai anche fare un paragone fra l’emozione che hai provato ad avere ME seduta sulla tua moto, alle tue spalle, e quella che ti dà una donna con grandi seni morbidi appoggiati contro la tua schiena… “
” Chissà se anche la Morte ha le…” cominciai a pensare.
“Non essere irrispettoso! ”
Mi rimproverò bonariamente la Morte, convincendomi che Lei poteva davvero leggere nel pensiero.
“Dimmi perché hai tante moto”
Sussurrò la Signora, ed Io spiegando:
“Tante me ne sono piaciute, e tante ho avuto la fortuna di potermi permettere di possedere. “
“Dispari di numero… perché così, se ne distruggerai una incontrandomi, ne resterà sempre una per ciascuna delle tue persone care.”
“E’ così.” Confessai, e la prima delle paure, quella più grande e potente, uscì fuori.
“La vedo”, disse la Morte. ” Vedo la paura per la vita dei tuoi cari… vedo che vorresti poter sfogare la tua passione per le moto più ancora di quanto tu non faccia, e regalare la passione ai tuoi come qualcosa di prezioso. Ma vedo che ti odi per questo, perché temi di dar loro qualcosa che metta in pericolo la loro vita… “
“Arrivo a desiderare che invece di amare le moto quanto le amo io, arrivino ad odiarle proprio in contrapposizione al mio modo di vivere questa passione… e ne sfuggano per sempre i pericoli che ne costituiscono il prezzo. “
“Puoi sempre sperarlo. Puoi sperare che non sentano il richiamo di questa eccitante forma di libertà… Il richiamo dell’andare e dell’andare e dell’andare senza fermarsi… “
“ E dei colori e dei profumi, e del caldo e del freddo, e del vento che ti stuzzica o ti rinfresca… Che è lo stesso vento che ora ti accarezza ed ora ti strapazza… che ora ti accompagna ed ora ti perseguita, mentre corri le strade. “
“ Sì. Questo e molto altro ancora, che tu conosci. C’è sempre quel prezzo da pagare, che tu conosci… E c’è la paura… Dammene un’altra, delle tue paure!”
“Basta così poco! Un attimo di distrazione. Mio o di chiunque altro… ed arrivi tu.”
“ Non è soltanto questo, il prezzo. Non lasciare che le paure restino annidate dentro di te… c’è un prezzo anche più alto.”
“Ma tutto è già scritto? E’ inutile lottare, risparmiarsi, essere prudenti? Il nostro appuntamento con te è già fissato, è ineluttabile? Oppure è in nostro potere rimandare l’incontro ad un momento più lontano?”
Chiesi accorato, cercando una risposta che fosse una via d’uscita dal castello di dubbi nel quale a volte mi accorgevo di essere rinchiuso.
“Hai ben presente la favola del soldato di Samarcanda! Puoi immaginare quanto io ami una ipotesi tanto suggestiva ed arguta, ma non è così: io arrivo quando è giunto il momento, mai prima! Siete voi uomini che a volte, comportandovi da pazzi, arrivate in anticipo agli appuntamenti, mettendomi fretta e costringendomi a correre. Non è cosa ch’io ami, ma non posso farne a meno. Devo essere sempre dove è richiesta la mia presenza… Tu lo sai, tutti lo sanno: è ineluttabile, tu l’hai detto. “
“Ma sta scritto?”
La Morte allargò le braccia, e sembrò stringersi nelle spalle.
“Sta scritto che io arrivi SEMPRE, non QUANDO io debba arrivare. Però sta scritto ch’io arrivi quando DEVO arrivare.”
“ Non capisco.”
“ Se sali su una moto da cento cavalli, la lanci alla massima velocità e chiudi gli occhi per venti secondi, stava scritto che tu lo facessi? Stava scritto che io e te avessimo un appuntamento in quel momento?”
“ No.”
“ Ma se tu fai questo, tu mi dai un appuntamento. E se sta scritto che devo essere presente, io devo essere presente.”
“ Chi stabilisce se devi essere presente?”
“ Se fosse scritto che l’uomo debba saperlo, tu lo sapresti già, non credi? “
“ Detesto la logica quando mi si rivolta contro come un serpente! Morde. Fa male. Lascia brutte cicatrici. “
“ Su, non fare così… Nulla è scritto da sempre, altrimenti non esisterebbe la libertà; per contro, nulla è che non venga scritto, o lentamente nel tempo o d’improvviso. Non ha importanza che ciò avvenga in seguito ad un atto di volontà di uno o di altri, oppure in seguito ad una casualità. Non ha importanza quanto di assoluto sia nella casualità, o quanto parziale o marginale sia la casualità stessa. Quando accade qualcosa per cui io debba essere presente, io lo sono. Così dev’essere.”
Scossi la testa, con la fronte corrugata, come se avessi udito concetti espressi in una lingua sconosciuta. Ma riuscii ugualmente a porgere un’altra domanda:
“Ma tu, quanto tempo PRIMA di un appuntamento sai di doverci andare?”
“Il tempo necessario per arrivarci. “
“Sapevo che mi avresti risposto così… “
“Perchè non c’è altra risposta, non credi? Non arrivo mai in ritardo, nemmeno quando lo sono davvero: l’ora dell’appuntamento è quando arrivo. Ne prima, né dopo. Nessuno può dire di essere morto nè un minuto, nè un’ora, nè un giorno dopo il momento nel quale sarebbe dovuto morire. Nessuno può dire di avermi aspettato. Si muore quando io arrivo, non quando eventualmente sarei dovuta arrivare. “
Restai muto. Non sapevo cosa dire, annichilito dalla basilarità di questi assunti.
“Su, motociclista, continua: il prezzo può essere più alto.”
“Sì. Continuo. Questo il prezzo: mancare in malo modo all’appuntamento con te! Il nostro corpo è così fragile… Basta poco, e ce ne restiamo qui, con il corpo o la mente devastati, a litigare con la nostra vita e con quella di chi ci sta intorno. Distrutti, inabili . A soffrire o far soffrire. A soffrire “e” a far soffrire. Magari ad aspettare con ansia TE, che non ti decidi ad arrivare, finché non sta scritto che è arrivata l’ora dell’appuntamento”.
“Non è destino, questo, che sia prerogativa unica di chi ha la passione per le moto. “
Sussurrò la Signora in Nero, indicando con una manica l’Harley in nero sulla quale continuava a stare piacevolmente seduta. E continuando il discorso:
“C’è chi ha subìto quanto temi senza aver neppure in parte goduto le sensazioni che voi godete sulle moto. Il prezzo è alto, è vero, ma parliamo anche della mercanzia che si acquista. Parlamene tu, come ne parli a te stesso quando respiri il piacere che le tue sette amanti sanno darti… “
Mi esibii un sorriso un po’ amaro, chiedendomi se era proprio quello ciò che la Morte voleva. Avevo voglia e forza di parlarne, però…….
Parlare del piacere della moto.
“C’è il senso di libertà. Ci sono le strade dei boschi e dei monti e quelle della riva dei laghi e dei fiumi. Ci sono i mille paesaggi da conoscere e da vivere. E da… scorrere. C’è la voglia di cavalcare il vento, nei momenti in cui non senti più il canto del motore, quando ti sembra di non essere nemmeno seduto su una moto, ma sull’aria. E l’aria… vola! Oppure c’è il piacere di guidare, di condurre quella bellissima cosa viva che sta sotto di te. Il piacere di guidare “davvero”… di dovere agire, muoverti, spostarti sulla sella per piegare il tuo mezzo come richiedono la strada e la tua velocità. Con la continua, eccitante sensazione della sfida all’equilibrio, in quel continuo gioco di forze e vettori ed energia. In quel dominare il movimento, gustando le accelerazioni e le decelerazioni mentre le usi per farle partecipare all’insieme di tutti i fattori complessi… eppur dominabili, della guida. Ed intanto la stringi con i pugni e le ginocchia, la tua moto, e lavori con i piedi sui pedali e puoi cavare dal motore tutta una sinfonia di suoni diversi. –
“C’è da dimenticarsi la paura, no?”
“No. Sì. Sì, posso dimenticare, per un po’. Ma c’è, c’è sempre! Basta tanto poco per finire a pezzi! “
“Anche tu hai cercato l’emozione forte, però. L’hai cercata, la paura! Andavi a più di duecento all’ora, quel giorno, ed era una strada provinciale. Stretta, strettissima a quella velocità… e così corta! E allora?”
“Quel rettilineo sembrava finire dieci metri avanti i miei occhi… e stavo così steso sulla moto che mi sembrava di avere il naso a dieci centimetri dall’asfalto della strada. Ho mollato quasi subito. “
“E confessi? “
“Confesso una emozione violenta e la paura, il suo condimento. La stessa che provavo pelando i tetti delle auto pochi istanti prima di tirare un looping per poi atterrare con la visione della buca a terra fatta il giorno prima da un pilota che avevi salutato per ultimo prima del suo decollo.-
“E mentre danzi con le stagioni? Hai paura anche allora? “
“No, come potrei? Sei così assorbito da ciò che vedi e vivi! Ancor oggi mi racconto la primavera sulle strade, quelle strade lunghe, immerse in campi verdissimi, sotto un cielo tutto grigio e pigro ed umido… con i pensieri che si muovono nella mente in volute lente, torpide… un torpore soltanto a tratti scosso dalle macchie di colore del violento giallo dei campi di colza in fiore. Ricordo i sospiri che sfuggono dentro il casco, il profumo esalato da quel verde umido e corroborante. E la primavera sulle strade, con gli occhi pieni del colore dei fiori degli alberi di Giuda e di quelli delle forsizie, che imbrogliano, con una gioia priva di pudore, esplodendo i fiori quando gli altri vegetali si stanno ancor dando da fare ad emettere le foglie, intanto ogni altro albero ed arbusto si sforza di mostrarsi con il verde più tenero e brillante, in competizione per conquistare la meraviglia del verde più fresco. “
“Ma…? “
“Ma non puoi non vedere quel lungo, infinito guard-rail… paziente ed instancabile nell’attendere di affettarti un braccio, o una gamba, o il collo…. come una lama ben affilata. Con cento occasioni perché tu e la tua moto andiate a fare quella spiacevole esperienza.”
“Non ci pensare. Dimmi dei profumi, invece.”
“I profumi della primavera avanzata, quando si va in giro con la visiera del casco semiaperta, per lasciarli penetrare ed affondarvi il viso… il profumo delle ginestre delle isole, quello della lavanda di Provenza! Ti sei accorto di quando ci sei entrato. Trovi l’alito caldo ed umido dei campi strapieni di mais, e l’aroma fragrante del fieno appena tagliato, e l’odore irruente del letame che nutre la terra, ed i vapori bollenti delle erbe che cuociono al sole. “
“Ma… ma? “
“Ma come fai ad ignorare quei muretti infiniti di cemento, quelle grigie meraviglie componibili che separano le carreggiate, e che ti aspettano?
Un sasso schizzato da una ruota d’auto.
Una vespa che ti s’infila nel casco…
Un piccolo urto, una ruota che perde aderenza.
Tu lo sai, ci sono ampie possibilità di scelta:
Grattugiarsi fino alle ossa strisciando il muretto o l’asfalto…
Giocare a carambola restando al di qua… (gesticolai, mimando un tragico flipper.) o saltare di là per spiaccicarsi meglio. Senza sapere chi sceglie quale sia il tuo gioco…
Forse senza nemmeno il tempo di capire quale sia, il dannato gioco! “
Chinai il capo e tacqui mentre un venticello gelido mi passava sulle orecchie, teso come un rasoio.
“Ma, nonostante tutto, il bagnato, o il ghiaccio, o il terriccio viscido che sporca l’asfalto non ti fermano, d’inverno, eppure l’unico profumo che senti è quello del freddo… E sei qui con la moto, e ti porti a spasso un’ospite. “
“Avrei preferito farti correre su monti e colline, in mezzo ai colori ed ai profumi dell’autunno“,
dissi sbirciando la Signora, che contemplava le montagne imbiancate, e mi resi conto di ciò che avevo appena detto.
“Ma tu li conosci da sempre, dall’alba dei tempi… “
“Dimmeli tu… è tanto tempo che non ci penso più. Forse me ne sono scordata. Racconta, su. “
“Non è possibile raccontare tutte le sfumature del verde, del marrone, del giallo e dell’arancio che si affollano nei boschi dell’autunno! Magari lo sapessi fare! Dimentico perfino i primi due o tre degli infiniti rossi degli aceri, non appena è passato un po’ di tempo, quando i miei occhi non ne sono più riempiti… Ogni bosco ha un profumo diverso, e questo profumo cambia, se lo respiri al mattino, piuttosto che a metà del giorno o al tramonto. E poi cambia ancora al variare dell’umidità… e dopo una notte umida respiri fragranze che ti allargano i polmoni e la mente… “
“Continua… “
– … –
“Continua, su, non essere ritroso. Io sono…”
“Non dirlo! E’ soltanto nel cuore dell’autunno che i colori ed i profumi ora ti imbaldanziscono, quando il sole è caldo e l’aria asciutta, ora ti commuovono, quando tramonta il sole. Ed infine ti riempiono di dolcezza, tristezza e rimpianto, quando rinfresca ed è più umido, e molte sono le foglie già cadute ed i profumi sono quelli che sentivi da bambino nei boschi e nelle campagne e tra i cespugli delle rive dei fiumi. “
“E dov’è la paura? “
“Mah! – ammisi, dopo averci pensato su un po’. – Forse non è davvero paura, quella di volare via insieme alle foglie e di perdersi nei boschi dell’autunno… Forse non c’è paura di finire tra alberi e cespugli. O forse non è il momento di pensarci, o il caso di continuare a farlo.”
“E’ così. Alla fine le paure sono consumate, sbiadite, ridotte. E ti resta così tanto in cambio! “
“Davvero? “
“ Tu lo senti. Io mi porto via le tue paure, ed il piacere di tutte le cose belle che mi hai raccontato . Continua a goderne. Continua! “
“Con minor paura?”
“Sì, o no. Non importa, se continui a goderne. Con prudenza, se vuoi, perché lo devi. “
Restai in silenzio, fissando la Signora in Nero, che se ne stava ancora seduta sull’Harley, rilassata, con il vestito ed il cappuccio che ondeggiavano con grazia e compostamente al soffio del vento dell’inverno.
“Ti saluto, ora. E’ tempo ch’io vada. “
“Arrivederci, Morte. “
“Arrivederci, motociclista. Sii prudente. Cerca di non arrivare in anticipo al nostro appuntamento! “
“InshAllah. “dissi, come mio solito.
Ma la Signora in Nero era già svanita.

Scavalcai l’Harley, avviai il motore. Mi sentivo più tranquillo.
Rasserenato. Beh, anche rassegnato. Rimasi ad ascoltare il canto del motore.
Il poderoso ronfare mi cullò, le vibrazioni mi riscaldarono.
Il sole continuava a splendere, in quel bellissimo, gelido sabato. Conclusi che la Morte appariva ora qui, ora là, ma la Vita era dappertutto. Era il caso di vivere. Infilai il casco riportando la moto sulla strada verso nord.
Le montagne coperte di neve scintillavano incoronando l’orizzonte, ed era uno spettacolo bello da piangere.

<< La incontrai nel 2000, in un tornante di bocca serriola in una gelida domenica di gennaio, la vidi un’altra volta, a Roma, nel 2001… era presto.>>

PG

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