L’ISOLA CHE PROBABILMENTE NON C’ERA

Ma se l’isola non c’era, dove stavamo andando? Mah, la risposta non è facile, sembra però che la ciurma ne sia uscita divertita e soddisfatta. La solita accozzaglia di pirati e di corsari, strappati alle bettole dei bassifondi, è stata richiamata nuovamente all’ordine da Capitan Immoto!, degno erede di una stirpe di sporchi capitani. E dunque, con spirito arrembante e piratesco, la variopinta brigata si è spinta ai limiti del conosciuto, alla conquista della maremma bucaiola. Niente ha potuto la tramontana di febbraio contro la corsa inarrestabile della feccia dueruotista, impavida e bramosa di misteriosi tesori. Duemilasettecento curve si sono susseguite, divorate senza la minima pietà, mentre le lunghe lingue d’asfalto, che sembravano godere di vita propria, hanno ceduto alle accelerate furibonde inflitte dai filibustieri. Un pensiero va al gruppuscolo di pendagli da forca, ostinati a mantener la prua, tra scintillii di sciabole ed esuberanza di cavalleria, con cui ho diviso gli oneri e gli onori dell’ennesima avventura. Ecco allora la masnada tutta, giunta all’agognata isola che non c’era, che non c’è e che forse non c’è stata mai.

 

Giovanni Tortora

Il Kawaliere nella Valle del Nera@

Il piacere di guidare tra vecchie statali sinuose disegnate su monti verdi ed antichi dove alberi secolari , paludi e ruderi vengono trafitti dalla tiepida luce solare di questo sabato. Le strade sono deserte e il fiume Velino ci accompagna lungo le sue sponde verso le Macchie Alte di Labbro come fosse un galante maggiordomo. Le vette bianche del Terminillo incutono rispetto e timore. Sopra di noi un cielo plumbeo e minaccioso la illumina. Lei, unica regina di questi antichi luoghi: la Valnerina. Disegnata su paesaggi bucolici e fiabeschi; immersa in una languida nebbia bassa che si unisce al fumo dei camini accesi e alla fioca luce, si staglia immensa dinanzi i nostri occhi. Il lungo abbraccio nebbioso tra Ripa Sottile e Lago Lungo crea un ponte soffuso tra i due gemelli d’acqua; l’odore di rugiada e legna arsa trasformano questo pomeriggio in un viaggio inconscio alla scoperta della vera bellezza. Una natura misteriosa ed arcana tinta di rosso, verde, porpora e azzurro ci mostra il suo fascino che lentamente cresce ad ogni curva, ad ogni borgo, ad ogni prato come fosse un allegro cantastorie. Il nostro fedele destriero è spavaldo e ruggente e cavalca fiero su chilometri di asfalto, trasmettendoci costantemente sicurezza e pace. Anch’egli quest’oggi è inebriato di magia.
Le strade deserte, i colori pastellati, l’aria frizzante e i prati umidi rendono questo affresco vivo un frutto prelibato per la nostra memoria. Ci fermiamo un attimo: un agricoltore ci saluta quasi fossimo degli amici di vecchia data mentre un cane assonnato ci osserva silenzioso a bordo strada. Giusto il tempo di un sospiro; mi fermo; osservo gli occhi di mia moglie. Non serve parlare. Qualsiasi parola sarebbe incompleta. L’incanto ci circonda. E’ un profondo momento di intimita’. Montiamo sul nostro destriero nero, salutiamo con un sorriso la “Regina” e spariamo veloci l’orizzonte.

 

Dario Grillo

Culodiferro@

“quando mi chiamavano “culodiferro”

ricordi di un viaggetto del 2002…
(Roma-Arabba-Lienz-Budapest-Vienna-Roma)

L’autostrada per l’Italia scivola sotto il sole, scivola fra frutteti e vigne, cerca l’Europa nel caldo di agosto.
Mezzocorona, Bolzano, Trento, Rovereto, sto scendendo la val d’Adige da solo, come un salmone che torna al mare, il viaggio di ritorno alla sorgente del viaggio.
Vado dove l’autostrada sta ancora nelle fiabe o nei racconti dei giornali, segna l’identità di fiumi o foreste.
Oltralpe, dove si chiama autobahn, l’autostrada è un nastro di asfalto steso senza tanti collegamenti minori.
Penso questo mentre percorro il viadotto (con jumping annesso) del Brennero, sono muto dietro la visiera mentre percorro questa valle che spacca le Alpi a metà, anche la visione laterale è stupenda. C’è il rumore del fiume (lo immagino) il vento del nord che scende e parla di grandi tempeste della storia, il profumo di segherie e di kuemmel. L’isarco, la val di Fleres con i ghiacciai. Nomi antichi: Malles, Truibulain, Elboegen, Steinach, Brennero.
Quanto è più facile viaggiare al nord. Penso ai viaggi di Anna Karenina:
“Ed ella aprì lo sportello; la tempesta ed il vento le si precipitarono incontro”
La realtà è il ricordo del vento fottuto incontrato durante l’andata, schiaffoni che spostano di mezzo metro anche viaggiando oltre i 180 ; durante un sorpasso, nel tratto poco prima di abbandonare l’Austria per entrare in Ungheria, il vento e lo spostamento d’aria dell’autotreno mi fa derapare con entrambe le ruote…
Come sono finito quì?
La fuga al nord inizia domenica 11 agosto da Roma, ad Arabba si scende.
Io e gli altri due compagni di avventure (Giampiero e Luca) vogliamo trattarci bene, decidiamo di riposarci anche lunedì, vogliamo andare a vedere come funziona l’altro mondo.
Forse vogliamo solo imbrogliare le carte.
Calcoliamo attentamente i chilometri e la strada da fare. Da Arabba strada statale fino a metà Austria poi autobahn, statale attraversando parte dell’Ungheria poi autostrada fino a Budapest.
Quando la notte, vedo i ponti del Danubio, ripenso ai treni per Auschwitz.
Qui il tempo sembra fermarsi.
Le Ore non hanno più senso per noi, le giornate ormai si sono dilatate.
Ci svegliamo intorno le 9 del mattino e andiamo a dormire, generalmente, dopo le 3 di notte.
Solo oggi comprendo il motivo, il nostro non è stato un viaggio, è stato un vagabondaggio, magari di lusso, ma sempre un vagabondaggio.
Non ha il risucchio della fine, l’accelerazione terminale che ti travolge (anche se al ritorno ci siamo fatti il viaggio senza mai scendere sotto i 160.)
Persino la luna quella sera sembrava ferma.
Me ne accorgo sulla strada per Salisburgo.
L’assenza di una meta, il ritmo sincopato, l’andare in cerca di un chissadove, ci ha portato fuori del tempo.
Verso Budapest ogni tappa era una corsa verso l’est, qui no, ogni tratta è un viaggio a sé.
Uno spazio che si apre al mattino e si chiude con il lancio degli stivali sul pavimento della stanza d’albergo.
Mucche pezzate, pecore, pioggia, fiumi che si gonfiano da una sera al mattino successivo, campanili a cipolla, vecchi ricordi asburgici, viennesi tristi, e bulgari sorridenti nella loro ritrovata libertà..
Albeggia…
la pianura finisce …

Quando ripartiamo????

Prospero Gambone

 

Dolomiti@

Dolomiti, domenica mattina.
Domenica mattina, sveglia naturale, quindi il rito della colazione e del minimo cazzeggio con gli amici che, tristemente, stanno preparandosi al rientro, si parla delle cose più varie non affrontando il discorso “che strada fare per tornare a casa”
E’ un essere scaramantico, come cercare di fermare il tempo, si, fermare il tempo nelle cose belle.
… e, in realtà, io non ci volevo nemmeno andare…
poi, le cose che non puoi rifiutare e la teoria dei colori:
“non mi avevi detto che la tua moto è rossa e nera”
“non te l’ho detto perché non lo è, quello che tu chiami nero è il carbonio.”
Lo slalom dell’andata tra nuvola e nuvola, fino a inzupparsi a 5 Km metri da Pedraces.
L’albergo a 2 chilometri perché le cose che non puoi rifiutare,
non essendo immorali e non facendo ingrassare, arrivano fuori tempo massimo.
Il raid in autostrada per andare all’appuntamento con milanesi e bolognesi, che hanno un’ora di ritardo.
E il Venerdì a Montalcino, con il sentiero dei ricordi: la trattoria sotto la torre, dei tempi del club di gentiluomini; l’accademia chigiana, seria e impassibile di fuori per quante ne ha sentite di dentro; e il duomo e il battistero.
E, vedi, l’intera piazza in realtà non è che il disegno di una conchiglia, che si conchiude nella fontana lì sotto, sotto i giapponesi.
E la contrada dell’onda. ho detto onda, non honda… e i resti del cmrn (ciber moto ritrovo nazionale) che avevano fatto, udite udite, ben 400 metri a piedi… da non credere… una vessazione intollerabile…
Il ricordo del parcheggio invaso dalle moto, la danza degli ippopotami di fantasia prima edizione.
E che pure, sarà l’autunno del nostro tremore, mi sembra sempre sul punto di sfociare nel monologo della terza scena del quarto atto dell’Enrico V:
We few, we happy few, we band of brothers;
For he to-day that sheds his blood with me Shall be my brother; be he ne’er so vile,
This day shall gentle his condition: And gentlemen in England now a-bed
Shall think themselves accursed they were not here, And hold their manhoods cheap whiles any speaks That fought with us upon Saint Crispin’s day.
Il discorso alla cena di Sabato al Cmrn, su una sedia e forse recitato veramente.
meno male che non lo sento, sopraffatto dal fragore, perché avrei dovuto millantare una inesistente congiuntivite per frenare una lacrima…
e il caldo allucinante fino alla val d’Adige dove incontro 2 amici toscani :
“Conosco io la strada, seguitemi…..”
E vagare per passi alpini cercando Pedraces…
Io, in realtà, non ci volevo andare, sulle Dolomiti, in quel giugno del 2002..
Il giro di Sabato, il passo Stalle, il Glossglockner, la benzina austriaca, Misurina, i tornanti, la pipì…
la cena…..
Domenica mattina.
Decido di fare i il passo Gardena, il Sella e scendere verso Trento.
partenza tranquilla in solitario..
Arrivo al Gardena, sosta e foto di rito, deviazione per il Sella, mi fermo e tracanno la prima birra di una lunga giornata di sete, fotografia ed ecco che arrivano tutti gli altri.
Si scherza, ci si prende in giro riguardo le moto quindi col tempo che passa inesorabilmente si riparte…
si scende a valle andatura pseudo-turistica intervallata da momenti fermonici da “traffico”
Penso ai Km che devo ancora percorrere, alle strade trentine e lombarde un tempo amiche di gioventù ed alle loro trasformazioni.
“Ecco, questa strada la conosco… Dio, quante volte l’ho fatta…”
Fremono i miei cavalli sotto la dura scorza nera, mentre piano passa il paesino dove il regnante silenzio viene rotto dall’urlare dei pistoni che esplodono. Ecco l’ultima casa, finalmente ora potrò sfogarmi, non ci stavo più dentro. Via! In un attimo, dietro di me il nulla, quel branco di piantati che mi porto appresso è sparito, come se si fossero fermati.
Comunque sia non mi ferma più nessuno!!
Destra, sinistra, gass e ora la DragonDrivers.
Nella staccata sento sul collo l’aspirazione di un altro bicilindrico, ma chi diavolo può essere?
Guardare i retrovisori?
No, fa perdere tempo! Nulla importa non passerà mai!
Spalanco tutto e sento di essere appiccicato all’asfalto… Imbattibile.
Sinistra e ancora sinistra, consumo le pedane e gli stivali, destra sfiorando l’erba con una spalla e tutto il gas nella pancia fa sì che lasci un ricordo nero a chi passerà dopo.
Un’altra staccata, come freno io non frena nessuno!
Ma ecco l’incredibile, la sconosciuta moto mi si affianca, è rossa, e in quell’attimo riesco a scorgere, dietro il suo lampeggiatore destro una minuscola scritta:
“SPS”. NOOOOOOO!! Devo resistere, devo farcela!
Non possono una esigua manciata di cavalli della stessa mandria farmi quest’affronto.
La traiettoria mi è favorevole sono all’interno non può passare.
Ora a tutta carena! Altra staccata, Brembo, Brembo, Dio Dunlop aiutami. Sto facendo i miracoli come solo Mike potrebbe, ma neanche un misero centimetro riesco a guadagnare a quell’infernale mostro rosso. Manca poco al bar che delinea
l’arrivo, un’altra curva e sarò io l’unico. Staccatona decomposta, la ruota posteriore che vorrebbe sorpassarmi,
sbandiera,
saltella,
fa di tutto ..
Dammi, dammi tutto.
Niente l’sps si riaffianca all’esterno.
Sbalordito e impotente la guardo mentre compie l’impossibile, chiudendomi davanti con un’accelerazione degna di una gara di speedway. Mi aggrappo al traliccio che sorregge la targa, sento i colpi provocati dal suo scarico, danno i brividi!
Non mi do per vinto,
non voglio darmi per vinto,
l’insegna del bar all’ingresso di Rovereto mi da per perdente.
Il misterioso pilota mi guarda.
Ormai fermo ho il tempo di riflettere, la visiera a specchio non lascia trapelare nulla, ma chi sarà? forse un pilota da GP o da superbike, non di certo un comune motociclista!
Nello sfilarsi il casco una cascata di capelli cade sulla pelle rossa della tuta.
Una ragazza!?!?! Stupenda! Una ragazza, con il viso di un angelo, non è possibile! sono allibito, stupefatto, sconvolto e impietrito.
Mi si avvicina, mentre io la guardo ancora sconvolto, mi sorride e con voce innocente mi dice:
“Mi sono divertita e tu?”.
Sono pietrificato come se avessi visto il diavolo.
“Dai non fare quella faccia, cosa bevi? offro io!”
dice lei mentre si avvia verso l’ingresso del bar.
Non mi resta che rassegnarmi e col passo di uno a cui hanno rubato la moto la seguo.
Speriamo almeno che riesca farmi dare il numero di cellulare ed a uscirci una sera così mi spiega come fa!
La seguo.
E’ bella, rende anche con la tuta. speriamo di uscirci e se non mi spiega come fa….
Chi se ne frega!
Prospero Gambone

© “Tu chiamale se vuoi …”_26 febbraio 2017

Tante curve, più di mille, una vera abbuffata; molti gli amici ma anche i volti nuovi e le moto, quante! belle, colorate e rombanti. Percorso impegnativo questa millecurve, un misto veloce a tratti martoriato dalle millebuche, ma anche assai gratificante; meravigliosa poi, per chi l’ha fatta, la strada intorno a lago di Corbara, una giostra senza fine, un serpente dall’asfalto perfetto, una trecentocurve all’ora del tè. Sensazioni forti, che mi hanno fatto compagnia nel tempo del ritorno, insieme a un sole, che aveva troppa fretta di andare a riposare.

GiÒvanni

Partenza per Cursula@

Nel territorio comunale di Cascia sorgeva Cursula, centro abitato romano distrutto nel I secolo a.C. a causa delle devastazioni dei popoli barbarici e dei terremoti che da sempre sconvolgono la cittadina e le zone limitrofe.

Lo so, non è un trattato di storia eppure tutto nasce così da ricerche e racconti scoperti in rete e poi comincio a pensare al percorso per il gruppo, alle curve e ad ogni singolo tornante e la mente si libra in volo e tutto comincia ad emozionarmi e con passione comincia la pianificazione. Il tempo è sempre poco per sistemare tutti i dettagli e la domenica si avvicina non resta che rubare il tempo la notte per recuperare J

Ore 6.00 di domenica mattina nel dormiveglia ricapitolo se tutto andrà nel verso giusto: se la moto è a posto, se la mappa del percorso è caricata sul navigatore, se l’ interfono è carico. Un altro beep beep interminabile della sveglia mi desta del tutto, un rapido controllo al cellulare per eventuali comunicazioni dell’ultima ora delle forze dell’ordine o dell’Anas e di corsa a fare colazione ripercorrendo con la mente ogni strada ed incrocio che ci aspetta.

Tante le cose che affollano la mente poi, apro il cassetto, e trovo riposta con attenzione la maglietta rossa degli HP Bikers Team, un sorriso si stampa sul volto e con un gesto quasi liberatorio indosso la maglietta ed è in quel momento che so che andrà tutto bene.

In un attimo sono vestito, imbocco le scale ed eccomi davanti alla porta del garage; scorre la serranda e lei è la ROSSA ad aspettarmi poggiata sul cavalletto quasi a farmi un occhiolino ed a rassicurami che sarà una giornata ricca di emozioni. Il silenzio del garage viene interrotto dal borbottio del bicilindrico un suono che scalda il cuore ed azzera ogni preoccupazione; il casco indossato con estrema meticolosità e via verso l’appuntamento con il resto del gruppo.

La strada scorre veloce e la moto sembra come un bambino che viene portato al parco e ad ogni curva senti la sua gioia cresce. In un attimo sono all’appuntamento come sempre in anticipo, parcheggio la moto e ripongo in casco, ma la solitudine dura poco ed si iniziano a sentire i rumori delle varie moto che arrivano, rumori che conosco bene e dopo poco vedo i sorrisi degli amici che salutano con una gioia che solo chi vive questo mondo può realmente capire. Il tempo dei saluti, un caffè, il briefing tecnico prima di partire, le ultime istruzioni per i Pivot e parte il grido IN MOTOOOO.

Si parte e so già che sarà una bella avventura perché da soli si va veloci ma in insieme si va più lontano.

 

Floriano

© “Invadiamo Amatrice!” – 07 agosto 2016

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Trasformare un evento eccezionale in piacevole abitudine, armonizzando i desideri e le aspettative di più di sessanta bambini rapiti dalla voglia di andare in moto, significa che siamo veramente una bella realtà. Ma facciamo un piccolo passo indietro, ore otto e trenta, attraverso una Roma semi deserta, mi fermo ed entro in un bar per fare colazione nei pressi di Ponte Milvio, due coppie sedute ai tavolini mi guardano pensando ad un attacco terroristico, poi capiscono che sono un biker e si tranquillizzano, ma forse non del tutto. Corso Francia, Flaminia, Prima Porta ed ecco il Gruppo. Ore nove, tutti precisi all’appuntamento, accolti dalle efficientissime Biker&Cobiker dello Staff, già presenti con tavolino, tagliandi per il pranzo, magliette d’ordinanza e assaggi di sfogliatelle alla crema!! Per tutto il resto, davvero c’è mastercard. Ore nove e venticinque, briefing tecnico da manuale a cura di Mr. President, oggi più in forma che mai, chiaro e convincente, dopodiché: in motoooo!!! Dunque si va, siamo proprio tanti, ma oramai non ci fa più effetto, il Boss parte a manetta in testa al gruppo con i pivot che gli ronzano intorno come caccia militari a protezione dell’aereo presidenziale; dietro di loro, una scia di cinque chilometri di biker, cobiker, figlie e fidanzate di biker e chi più ne ha più ne metta. Qualcuno indossa una maglietta con scritto “Invadiamo Amatrice”, invadiamo Amatrice?! … beh, in effetti non ci siamo discostati molto dal concetto. Procure e Presidenze, perfino Governi, avvisati del nostro passaggio, danziamo sulla Val Nerina come uno sciame di farfalle colorate, solo appena più rumorose, poi saliamo di quasi mille metri sopra al livello del mare, l’aria è decisamente più fresca, Leonessa ci saluta e noi ringraziamo. Curve, tante, belle, pastori maremmani e un improbabile avventuriero che finisce nel fosso, fortunatamente senza conseguenze; lo soccorriamo, decide di venire a pranzo con noi e, in segno di affetto, pretende un selfie in compagnia di una delle nostre biker, hai capito l’avventuriero? … Quindi arriviamo ad Amatrice, che già solo il nome ti fa venire fame, poi una mezza manica alla gricia di qua, uno spaghetto amatriciano di la e pure per la panza è stata domenica.

  GiÒvanni

© M-i-s-t-e-r-o_17 luglio 2016

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Risolvere il Mistero è stata una magia. Colui che lo ha ideato, fatti i conti anche con l’oste, si è dedicato a pennellar percorsi con dovizia di tortuosità. Gruppo nutrito e vario, quello del Mistero, personaggi diversi di un unico spettacolo, andato in scena il diciassette luglio. Sciame di moto ad andatura più che allegra, pivot saettanti a ricucir la tela, di un elaborato motociclistico ricamo. Volti sorridenti e palati soddisfatti, rientri di curve e memorabili tramonti, colonna sonora della nostra instancabile passione.

GiÒvanni

HPBikers Team e la Fioritura di Castelluccio@

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Ancora una volta il gruppo HP Bikers Team ha lasciato il segno nel panorama motociclista. All’ultima uscita del 10 Luglio erano ben 60 le moto accodate lungo il percorso dell’altopiano di Castelluccio che abbraccia Pian Grande, Pian Piccolo e Pian Perduto, per ammirare la Fioritura, un evento che si ripete solo tra la fine di Maggio e la metà di Luglio, quando colori vivaci come il rosso e il viola e le tonalità più tenui del giallo ocra e del bianco si mescolano insieme per creare una tela multicromatica senza paragoni.

Ammaliati dallo scenario dei Monti Sibillini, capitanati dall’imponente Monte Vettore, con i suoi 2476m di altezza, e dal caratteristico e suggestivo borgo di Norcia, bikers e cobikers con una impeccabile organizzazione alle spalle hanno condiviso emozioni e racconti, foto e ricordi in una giornata fantastica che si è conclusa a Terni davanti allo spettacolo mozzafiato delle Cascate delle Marmore.

Da soli si va veloci, ma insieme si va più lontano, è il motto del gruppo HP Bikers Team che uscita dopo uscita trascina un numero sempre più numeroso di motociclisti che oltre a condividere la passione delle due ruote, amano sentirsi liberi di esprimersi, senza veli e senza vergogna, e di emozionarsi lungo itinerari di volta in volta sempre più carismatici, che catturano il cuore e l’anima e che lasciano al rientro quel leggero senso di nostalgia.

Marta Cecchini

© Fiori&Fulmini_10 luglio 2016

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Quando mille moto invadono un paesino di duecento anime il tempo si ferma, all’ora del pranzo. Noi, sessanta di quei mille, belli, ordinati e colorati, proprio come quelle immense distese di fiori, protagonisti di una giornata vissuta bene. Portare a spasso sessanta moto non è uno scherzo, arrivare tutti insieme davanti a un dipinto naturale è una gioia. Il caldo torrido sopra ai mille metri, si sa, spesso chiama la pioggia, che fa bene ai campi, anche questo si sa. Nel paesino invaso, i vigili erano come figli dei fiori, tranquilli, nel caos generale di quella piazzetta microscopica, dispensavano consigli e informazioni, per lo più sulla posizione delle poche trattorie presenti. Deliziato il palato e lasciato l’Eden, ci siamo lasciati volutamente cadere tra le braccia di una Flaminia disegnata dal sole calante, un bel modo di riaccompagnarci verso casa.

  GiÒvanni