Il Kawaliere nella Valle del Nera@

Il piacere di guidare tra vecchie statali sinuose disegnate su monti verdi ed antichi dove alberi secolari , paludi e ruderi vengono trafitti dalla tiepida luce solare di questo sabato. Le strade sono deserte e il fiume Velino ci accompagna lungo le sue sponde verso le Macchie Alte di Labbro come fosse un galante maggiordomo. Le vette bianche del Terminillo incutono rispetto e timore. Sopra di noi un cielo plumbeo e minaccioso la illumina. Lei, unica regina di questi antichi luoghi: la Valnerina. Disegnata su paesaggi bucolici e fiabeschi; immersa in una languida nebbia bassa che si unisce al fumo dei camini accesi e alla fioca luce, si staglia immensa dinanzi i nostri occhi. Il lungo abbraccio nebbioso tra Ripa Sottile e Lago Lungo crea un ponte soffuso tra i due gemelli d’acqua; l’odore di rugiada e legna arsa trasformano questo pomeriggio in un viaggio inconscio alla scoperta della vera bellezza. Una natura misteriosa ed arcana tinta di rosso, verde, porpora e azzurro ci mostra il suo fascino che lentamente cresce ad ogni curva, ad ogni borgo, ad ogni prato come fosse un allegro cantastorie. Il nostro fedele destriero è spavaldo e ruggente e cavalca fiero su chilometri di asfalto, trasmettendoci costantemente sicurezza e pace. Anch’egli quest’oggi è inebriato di magia.
Le strade deserte, i colori pastellati, l’aria frizzante e i prati umidi rendono questo affresco vivo un frutto prelibato per la nostra memoria. Ci fermiamo un attimo: un agricoltore ci saluta quasi fossimo degli amici di vecchia data mentre un cane assonnato ci osserva silenzioso a bordo strada. Giusto il tempo di un sospiro; mi fermo; osservo gli occhi di mia moglie. Non serve parlare. Qualsiasi parola sarebbe incompleta. L’incanto ci circonda. E’ un profondo momento di intimita’. Montiamo sul nostro destriero nero, salutiamo con un sorriso la “Regina” e spariamo veloci l’orizzonte.

 

Dario Grillo

Un viaggio in moto che ti cambia la vita !

 

Tutti gli appassionati sanno quanto sia difficile affrontare una crisi profonda legata proprio a quella passione. È quello che mi è successo quando sono stato licenziato nel gennaio 2016 per motivi economici. Non vi mentirò, lavorare nel mondo degli strumenti musicali è piuttosto divertente ma questo settore (come tanti altri) soffre in silenzio da molti anni a causa di internet e del disinteresse per la famiglia “chitarra, basso, batteria” a favore di macchine più orientate ai dj set. La musica è sempre stata il mio futuro e la mia linea guida, ma un giorno la situazione mi è sfuggita di mano e mi sono ritrovato da solo di fronte alle mie convinzioni sconvolte e un futuro incerto.

Tre settimane dopo, decido di tornare per qualche giorno da mio padre nel Vaucluse per fare il punto della situazione e schiarirmi le idee. Guardo la tv e, facendo zapping tra trasmissioni culturali e programmi d’intrattenimento, m’imbatto in un reportage su un italiano che restaura vecchie moto BMW degli anni ’70. Rivivo un flashback e mi ricordo subito di quando a diciassette anni guidavo una moto 50cc e che mi ero ripromesso di prendere la patente, prima o poi. Avevo il tempo per realizzare questo vecchio sogno, perché aspettare?

Qualche mese più tardi, col foglio rosa in tasca, la mia vita riprende il suo corso con la ricerca disperata di un lavoro. Dopo qualche colloquio mi ritrovo ad accettare un impiego come product manager addetto alle chitarre nel distretto de La Défense, a Parigi. Vedete, era il tipo di lavoro che avevo sempre voluto: era in linea con le mie competenze commerciali e mi consentiva di continuare a lavorare con i prodotti che mi piacevano. Cosa desiderare di più?

Pronto a sgobbare, inizio il primo giorno. Va tutto molto bene ma, stranamente, quando rientro la sera provo una sensazione di vuoto, una prima incertezza. Mi dico che passerà e che è solo l’inizio, invece non è andato via al punto che avevo l’impressione di non trovarmi più al posto giusto e non vedevo alcun miglioramento. Avete presente quei famosi open-space biancastri, illuminati dai neon, come nelle moderne start-up, con dieci computer? Quello era il mio ufficio. La mattina del quarto giorno ricevo un avviso riguardante una moto in vendita su internet. La cosa mi rischiara la giornata perché si tratta del modello che cerco da settimane. Stranamente, è stato proprio in quel momento che la mia mente ha iniziato a pensare: e se lasciassi questo lavoro? E se mi regalassi la semplice possibilità di vivere un’esperienza e sentire un brivido?

La scusa era perfetta e il pretesto adatto. Rescisso il contratto, dopo tre ore di viaggio su mezzi pubblici, ero dal rivenditore pronto a partire in sella alla mia nuova moto. Dicembre 2016, sei gradi, erano le sette di sera e la notte era splendida lungo le strade di campagna di La Marne. Non c’era nessuno, ero completamente solo. Avevo appena iniziato a correre che già il vento mi faceva lacrimare gli occhi e mi accarezzava il viso. La moto era potente ma leggera e io ero un tutt’uno con lei. Anche se ci avessi provato, sarebbe stato impossibile togliermi quel sorriso che restava fisso e traduceva quel senso di soddisfazione. Ad ogni colpo di acceleratore era come se mi arrivasse una scarica di adrenalina. Gridavo di gioia, solo in mezzo a questa campagna magnifica e in quel momento ero certo di aver preso la decisione giusta. Avevo appena assaporato la libertà, molti biker capiranno.

Dare una svolta alla propria vita non è da tutti. Per quanto mi riguarda, mi serviva un bel calcio nel didietro per capire che potevo concedermi un sogno, per quanto semplice sia.

Natale era vicino e dovevo tornare nel Vaucluse. Bene, bene! E se avessi fatto il tragitto in moto? Senza pensarci due volte, dopo aver preso i pochi risparmi che mi restavano per comprare l’attrezzatura mancante, partivo per il mio primo roadtrip in solitaria di 900 km (solo regionale). Andavo incontro alla pioggia, al freddo glaciale delle basse temperature, alla neve, insomma: all’avventura.

All’arrivo ero pieno di un’energia conosciuta soltanto calcando le scene, anni prima, ed avevo un unico desiderio: partire di nuovo.

Cinquemila chilometri e un bel po’ di strade più tardi, la follia si era tramutata in passione per diventare ossessione, quando ho iniziato a riflettere su un grande progetto e mi sono detto che un giro della Francia di diversi giorni sarebbe stato davvero bellissimo. Dovevo ad ogni costo trasformare la passione in qualcosa per il mio avvenire, perciò ho iniziato a organizzare un viaggio in moto di 3300 chilometri intorno alla Francia, in venti giorni. Sarò chiaro con voi: lascio le performance agli sportivi, quello che volevo era del tempo per fermarmi ad ammirare i paesaggi magnifici ed eterogenei che la Francia ci regala e conoscere gente nella più assoluta semplicità.

Per giunta, mi ero convinto di poter provare a contattare il produttore della mia moto per chiedere se fosse interessato all’idea di partecipare al progetto, sostenendomi. Dovete sapere che guido una Mash Scrambler 400cc. È una moto particolare, un po’ vecchio stile, che sembra uscita da un film di Steve McQueen.

Mash, però, è un marchio giovane in piena attività che ha saputo adattarsi al mercato neo-retro (una propensione per le moto vintage che si è trasformata in un mercato). Con mio grande stupore, hanno risposto positivamente alla mia richiesta offrendomi del materiale e assistenza tecnica. Ho anche avuto la possibilità di visitare i loro immensi locali a Beaune! Il percorso era tracciato, la partenza programmata, la catena tesa e le ruote gonfiate. L’avventura è stata incredibile, ho avuto l’occasione di incontrare persone umanamente ricche ed emozionanti, tantissimi motociclisti, senza contare i paesaggi mozzafiato. Mio Dio, che bella la Francia! Il mio ricordo più bello resteranno senza dubbio i Pirenei. E dopo tutto questo? Costruirò il mio futuro a partire da quest’avventura, è solo l’inizio. Sto trasferendo i 50 giga di video registrati per farne un piccolo film che metterò online. Ora la mia idea è quella di mettere le mie competenze commerciali al servizio di un brand/di un’azienda o di fondarne una mia. Il settore delle moto è molto attivo e ci sono tantissime cose da fare.

Smettere per un attimo di pensare a ciò che ci riserva il futuro può portarci a fare delle scelte che cambieranno la nostra vita. Vale la pena provarci, no?

Questo post è stato pubblicato su HuffPostFrance ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

Motociclisti©

Motociclisti
A metà strada tra la sicurezza dell’infanzia e l’insicurezza della senilità, si colloca un affascinante gruppo umano: i Motociclisti.
Potete trovarne in taglie assortite, diversi per forma, muscolatura e livelli di sobrietà, ma tutti accomunati da una sola fede, la Fratellanza a due ruote.
Sono dappertutto: nelle Città, nei Paesi, sulle Strade, nelle Caverne, nelle Foreste, nei Bar, in Galera, nel Fango, sui Marciapiedi, sotto i Ponti, spesso nel Letto – ma, dovunque siano, sono sempre al verde.
I Secondini non li vedono nemmeno,
le Madri cercano di dimenticarli,
la Polizia ne riempie i Tribunali,
Dio stesso non sa di preciso cosa farsene.
Un Motociclista è pigrizia tatuata,
coraggio su due ruote,
dignità coperta di grasso,
orgoglio che non si taglia i capelli,
saggezza armata di una spranga,
poesia in movimento.
Il tutto spesso accompagnato da una cassa di Birra.
Il Motociclista è dotato dell’energia di una tartaruga,
dell’astuzia di una volpe,
della tenacia di un bulldog,
con i racconti di un marinaio,
la classe di uno zingaro,
la sincerità di un bugiardo,
le aspirazioni di un Casanova,
e quando vuole qualcosa, in genere ha a che fare con Donne e Moto.
Gli piace sentire il vento sulla Faccia,
i moscerini sui denti,
ama tutte le bevande alcoliche,
le ragazze in generale
e la sua Moto.
Non gli piacciono le segreterie telefoniche,
non ama farsi il bagno,
odia il capoufficio,
i poliziotti,
l’ordine,
alzarsi presto,
le ossa rotte
e la gente che pretende di fargli togliere il giubbotto di pelle.
Nessuno riesce a godersi quanto lui la Domenica pomeriggio.
Nessun’altro puo cacciarsi in tasca il libretto nero dei numeri di telefono,
un cacciavite,
la foto della sua Moto preferita,
un pacchetto di sigarette malconcio e un accendino,
un pettine,
un coltello,
quello che resta del suo stipendio (in monetine),
tre etti di bulloni e viti,
stranezze varie piu le chiavi.
Il Motociclista è una creatura fantastica.
Puoi chiuderlo fuori casa,
ma non riuscirai a dimenticarlo.
Prospero Gambone

La Signora@

“LA SIGNORA”

Correte quanto volete, ma portatevi dietro tanto culo!!

Proprio in uno di quei giorni, così rari durante gli inverni, nei quali la nebbia sembra uno spauracchio fantastico, irreale, scacciato da un sole sfolgorante che si specchia negli infiniti brillanti di brina che ricoprono come un tappeto campagne e sempreverdi, uno di quei rari giorni in cui spira il vento gelato che ha ripulito l’aria rendendola cristallina al punto che sembra di poter allungare la mano e di poter toccare tutto l’arco delle montagne coperte di neve.
E’ il giorno in cui i motociclisti che non hanno messo in letargo la propria compagna a due ruote non riescono a resistere all’irrefrenabile desiderio di far cantare il motore e di correre sulle strade.
Andare, partire, lanciarsi e scivolare in quel nitore in compagnia del vento, verso nord, con le montagne e la neve negli occhi, con qualche eccitante lama di gelo a filtrare attraverso indumenti pesanti, o ad infiltrarsi dal bordo della visiera pur chiusa, o nel buco del guanto pesante, con la virile smorfia di un sorriso goduto poderosamente scolpita sul grugno da duro biker.
Eh! Basta un viaggio, e si ritorna rigenerati e vaccinati contro altre settimane di nebbia, neve o pioggia.
In pace con se stessi e con il mondo.
La scelta tra il Ducati e l’Harley Electra Glide, entrambe coperte da assicurazione in quel periodo.
Vince il Duca, ci penso su un po’ e decido per una cavalcata custom, lenta e ponderata, per godermi il paesaggio senza troppo concentrarmi sulla guida e su una esagerata attenzione per eventuali tratti di strada ghiacciati, molto gradito, vista la temperatura nana, il buon riparo del largo parabrezza dell’Harley.
Scaldo il motore e parto, prendendo la statale. Ben imbottito, come per andare a sciare.

Andavo e motociclettavo di gusto.

Mi sentii gelare quando La vidi.
Ad un incrocio.

Lì in mezzo al maledetto incrocio con i suoi stupidi ed inutili semafori c’era la maledetta automobile messa di traverso, con la fiancata sfondata.
In terra frammenti di vetro e di plastica ed i pezzi della motocicletta che giaceva distrutta metri più in là. E poi i segni di una impossibile frenata, e quelli di un impatto e di una strisciata sull’asfalto.
Mi sentì stringere il cuore come in una morsa, vidi sul ciglio della strada il corpo coperto dal plaid colorato. Una coperta corta, dalla quale spuntavano due stivaletti neri.
Non vidi la gente che si assiepava commentando sottovoce.
Vidi “Lei”, che osservava la forma nascosta sotto la coperta standosene immobile e silenziosa e tenendo piegato il capo nascosto dal cappuccio.
Non c’era emozione in quello stare lì, in quell’essere presente.

Lei era la Morte.

Professionale, distaccata, fredda.

Lentamente attraversai l’incrocio, evitando i rottami che giacevano a terra e cercando di non guardare nè il morto, nè gli spettatori che mi guardavano passare con l’Harley, ne la moto che giaceva a terra, per non essere tentato di volerne riconoscere marca e modello, nonostante la distruzione.
Mi spaventava pensare all’elegante e potente moto sportiva che quel miserevole rottame era stato soltanto pochi minuti prima.
La sirena echeggiò alle spalle mentre mi allontanavo.

Sirena di che ?

V A F F A N C U L O ! !

Polizia…
Inutile ambulanza…

Ormai era fatta…
Era tutto finito.
Il solito automobilista con la testa tra le nuvole, che svolta senza guardare, o frena di colpo, o apre la portiera o…
o…
o!
Cento modi per fracassare testa ed ossa a noi che stiamo sulle moto!
Guidavo a bassa velocità, sconvolto da ciò che avevo dovuto vedere.
La giornata era diventata intollerabilmente fredda, il piacere della guida invernale si era dissolto, il sole e le montagne coperte di neve sembravano appartenere ad un orizzonte che non era più mio.
Pregai brevemente per quell’uomo, che era stato un motociclista, fratello in quella passione travolgente che porta a cavalcare quei meravigliosi cavalli d’acciaio, tanto splendidi quanto vulnerabili, tanto esaltanti quanto pericolosi.
Poi, all’improvviso, mi resi conto di non essere solo, a cavallo dell’Electra Glide.
Non riuscii a continuare nel vagabondare.
Mi fermai su uno spiazzo sterrato vicino ad un prato dall’erba secca coperta di brina.
Scesi di sella e, togliendo il casco, non capì se la causa del brivido gelido che scivolò lungo le membra fosse il venticello teso che spirava da nord, oppure la figura incappucciata di nero che sedeva sul sellone posteriore dell’Harley, appoggiandosi rilassata all’alto schienale.
“Mi piace, la tua moto… “
disse la Morte, ed aveva la voce dolce e profonda di una bella donna.
Una bella donna sulla quale il Tempo non aveva potere alcuno. Una donna placida, matura, sicura del suo fascino e capace di trasmettere tutto ciò attraverso la sua voce.
Niente roba rantolante, parole secche come il crepitare d’ossa, o sussurri malefici.
Tutt’altro: una cosa ammaliante.
– Una grande Harley tutta nera e cromata, con un motore come un grande cuore pulsante.” Mi si addice, non trovi? “
Il cappuccio della Signora in Nero si mosse lentamente, come se lei stesse gustando la vista della moto sulla quale stava seduta.
Me ne stavo zitto, con il casco tra le mani.
“Spero di non averti spaventato… quando ti ho visto passare su questo splendore non ho saputo resistere alla tentazione di venire a fare un giretto con te. Il mio lavoro l’avevo finito, ormai, ed avevo ed ho un po’ di tempo prima del prossimo appuntamento”.
“ Ha fatto bene”
Risposi sentendomi molto stupido, sia perché mi ero rivolto alla Morte dandole educatamente del “lei”, sia perché convinto che le sue parole fossero suonate, come dire? un tantino false.
Il cappuccio della Signora vibrò leggermente, proprio come se lei stesse ridendo.
“Grazie.” – disse poi.” La tua moto è anche molto comoda. L’hai chiamata Augusta, no? Bel nome. Dà la giusta idea.”
Non sapevo cosa dire. D
entro di me pensavo che quello che stava succedendo non fosse reale, non poteva esserlo.
Dovevo avere preso un colpo di freddo.
Forse una cosa grave, per procurare una simile allucinazione…
“ Beh, se è grave, non lo è al punto da richiedere la mia presenza.” disse la Morte. “Ho ancora un po’ di tempo libero, ma se ti spavento posso andarmene subito, se vuoi. “
“Non sono proprio a mio agio, per la verità. “
“Anche se sai che non sono qui per te?”
“Beh, insomma, questo mi tranquillizza un po’. “
Ammisi corrugando la fronte cullando un pensiero sgradevole.
“Ti stai chiedendo quanto tempo dovrà passare prima che il nostro appuntamento diventi una realtà compiuta… “.
“Lei sa leggere nel pensiero? ”
“Puoi darmi del tu. Mi hai portato a spasso sulla tua moto, no? “
“Sai leggere nel pensiero? “
“Che importanza ha? Secondo te un motociclista che ne vede un altro morto in mezzo alla strada riesce a non pensare che presto toccherà anche a lui? ”
“ No, certo.”
“Vedi? Non occorre leggerti nel pensiero per sapere che stai riflettendo se anche a te toccherà incontrarmi in quel modo, o su un’automobile, piuttosto che in un letto… Certo preferiresti che non capitasse con la moto, forse per non dover distruggere uno dei tuoi gioielli a due ruote.”
“E’ proprio così… Però io detesto la psico-logica. Chi la conosce mi può leggere dentro come in un libro aperto. “
“Su, non te la prendere… E’ solo che hai paura delle tue paure. Ed io mi sento di fare qualcosa per te, per ricambiare il piacere che mi hai dato portandomi in moto con te. Vorrei aiutarti ad esorcizzarle, le tue paure. Raccontale a me ed a te stesso, e vedrai che starai meglio. Parlami prima di tutte le cose brutte, e poi lascia che la luce del sole le sbiadisca, intanto che parliamo di tutte le sensazioni meravigliose che le motociclette sanno dare. Alla fine me ne potrò andare… Pensa! Potrai anche fare un paragone fra l’emozione che hai provato ad avere ME seduta sulla tua moto, alle tue spalle, e quella che ti dà una donna con grandi seni morbidi appoggiati contro la tua schiena… “
” Chissà se anche la Morte ha le…” cominciai a pensare.
“Non essere irrispettoso! ”
Mi rimproverò bonariamente la Morte, convincendomi che Lei poteva davvero leggere nel pensiero.
“Dimmi perché hai tante moto”
Sussurrò la Signora, ed Io spiegando:
“Tante me ne sono piaciute, e tante ho avuto la fortuna di potermi permettere di possedere. “
“Dispari di numero… perché così, se ne distruggerai una incontrandomi, ne resterà sempre una per ciascuna delle tue persone care.”
“E’ così.” Confessai, e la prima delle paure, quella più grande e potente, uscì fuori.
“La vedo”, disse la Morte. ” Vedo la paura per la vita dei tuoi cari… vedo che vorresti poter sfogare la tua passione per le moto più ancora di quanto tu non faccia, e regalare la passione ai tuoi come qualcosa di prezioso. Ma vedo che ti odi per questo, perché temi di dar loro qualcosa che metta in pericolo la loro vita… “
“Arrivo a desiderare che invece di amare le moto quanto le amo io, arrivino ad odiarle proprio in contrapposizione al mio modo di vivere questa passione… e ne sfuggano per sempre i pericoli che ne costituiscono il prezzo. “
“Puoi sempre sperarlo. Puoi sperare che non sentano il richiamo di questa eccitante forma di libertà… Il richiamo dell’andare e dell’andare e dell’andare senza fermarsi… “
“ E dei colori e dei profumi, e del caldo e del freddo, e del vento che ti stuzzica o ti rinfresca… Che è lo stesso vento che ora ti accarezza ed ora ti strapazza… che ora ti accompagna ed ora ti perseguita, mentre corri le strade. “
“ Sì. Questo e molto altro ancora, che tu conosci. C’è sempre quel prezzo da pagare, che tu conosci… E c’è la paura… Dammene un’altra, delle tue paure!”
“Basta così poco! Un attimo di distrazione. Mio o di chiunque altro… ed arrivi tu.”
“ Non è soltanto questo, il prezzo. Non lasciare che le paure restino annidate dentro di te… c’è un prezzo anche più alto.”
“Ma tutto è già scritto? E’ inutile lottare, risparmiarsi, essere prudenti? Il nostro appuntamento con te è già fissato, è ineluttabile? Oppure è in nostro potere rimandare l’incontro ad un momento più lontano?”
Chiesi accorato, cercando una risposta che fosse una via d’uscita dal castello di dubbi nel quale a volte mi accorgevo di essere rinchiuso.
“Hai ben presente la favola del soldato di Samarcanda! Puoi immaginare quanto io ami una ipotesi tanto suggestiva ed arguta, ma non è così: io arrivo quando è giunto il momento, mai prima! Siete voi uomini che a volte, comportandovi da pazzi, arrivate in anticipo agli appuntamenti, mettendomi fretta e costringendomi a correre. Non è cosa ch’io ami, ma non posso farne a meno. Devo essere sempre dove è richiesta la mia presenza… Tu lo sai, tutti lo sanno: è ineluttabile, tu l’hai detto. “
“Ma sta scritto?”
La Morte allargò le braccia, e sembrò stringersi nelle spalle.
“Sta scritto che io arrivi SEMPRE, non QUANDO io debba arrivare. Però sta scritto ch’io arrivi quando DEVO arrivare.”
“ Non capisco.”
“ Se sali su una moto da cento cavalli, la lanci alla massima velocità e chiudi gli occhi per venti secondi, stava scritto che tu lo facessi? Stava scritto che io e te avessimo un appuntamento in quel momento?”
“ No.”
“ Ma se tu fai questo, tu mi dai un appuntamento. E se sta scritto che devo essere presente, io devo essere presente.”
“ Chi stabilisce se devi essere presente?”
“ Se fosse scritto che l’uomo debba saperlo, tu lo sapresti già, non credi? “
“ Detesto la logica quando mi si rivolta contro come un serpente! Morde. Fa male. Lascia brutte cicatrici. “
“ Su, non fare così… Nulla è scritto da sempre, altrimenti non esisterebbe la libertà; per contro, nulla è che non venga scritto, o lentamente nel tempo o d’improvviso. Non ha importanza che ciò avvenga in seguito ad un atto di volontà di uno o di altri, oppure in seguito ad una casualità. Non ha importanza quanto di assoluto sia nella casualità, o quanto parziale o marginale sia la casualità stessa. Quando accade qualcosa per cui io debba essere presente, io lo sono. Così dev’essere.”
Scossi la testa, con la fronte corrugata, come se avessi udito concetti espressi in una lingua sconosciuta. Ma riuscii ugualmente a porgere un’altra domanda:
“Ma tu, quanto tempo PRIMA di un appuntamento sai di doverci andare?”
“Il tempo necessario per arrivarci. “
“Sapevo che mi avresti risposto così… “
“Perchè non c’è altra risposta, non credi? Non arrivo mai in ritardo, nemmeno quando lo sono davvero: l’ora dell’appuntamento è quando arrivo. Ne prima, né dopo. Nessuno può dire di essere morto nè un minuto, nè un’ora, nè un giorno dopo il momento nel quale sarebbe dovuto morire. Nessuno può dire di avermi aspettato. Si muore quando io arrivo, non quando eventualmente sarei dovuta arrivare. “
Restai muto. Non sapevo cosa dire, annichilito dalla basilarità di questi assunti.
“Su, motociclista, continua: il prezzo può essere più alto.”
“Sì. Continuo. Questo il prezzo: mancare in malo modo all’appuntamento con te! Il nostro corpo è così fragile… Basta poco, e ce ne restiamo qui, con il corpo o la mente devastati, a litigare con la nostra vita e con quella di chi ci sta intorno. Distrutti, inabili . A soffrire o far soffrire. A soffrire “e” a far soffrire. Magari ad aspettare con ansia TE, che non ti decidi ad arrivare, finché non sta scritto che è arrivata l’ora dell’appuntamento”.
“Non è destino, questo, che sia prerogativa unica di chi ha la passione per le moto. “
Sussurrò la Signora in Nero, indicando con una manica l’Harley in nero sulla quale continuava a stare piacevolmente seduta. E continuando il discorso:
“C’è chi ha subìto quanto temi senza aver neppure in parte goduto le sensazioni che voi godete sulle moto. Il prezzo è alto, è vero, ma parliamo anche della mercanzia che si acquista. Parlamene tu, come ne parli a te stesso quando respiri il piacere che le tue sette amanti sanno darti… “
Mi esibii un sorriso un po’ amaro, chiedendomi se era proprio quello ciò che la Morte voleva. Avevo voglia e forza di parlarne, però…….
Parlare del piacere della moto.
“C’è il senso di libertà. Ci sono le strade dei boschi e dei monti e quelle della riva dei laghi e dei fiumi. Ci sono i mille paesaggi da conoscere e da vivere. E da… scorrere. C’è la voglia di cavalcare il vento, nei momenti in cui non senti più il canto del motore, quando ti sembra di non essere nemmeno seduto su una moto, ma sull’aria. E l’aria… vola! Oppure c’è il piacere di guidare, di condurre quella bellissima cosa viva che sta sotto di te. Il piacere di guidare “davvero”… di dovere agire, muoverti, spostarti sulla sella per piegare il tuo mezzo come richiedono la strada e la tua velocità. Con la continua, eccitante sensazione della sfida all’equilibrio, in quel continuo gioco di forze e vettori ed energia. In quel dominare il movimento, gustando le accelerazioni e le decelerazioni mentre le usi per farle partecipare all’insieme di tutti i fattori complessi… eppur dominabili, della guida. Ed intanto la stringi con i pugni e le ginocchia, la tua moto, e lavori con i piedi sui pedali e puoi cavare dal motore tutta una sinfonia di suoni diversi. –
“C’è da dimenticarsi la paura, no?”
“No. Sì. Sì, posso dimenticare, per un po’. Ma c’è, c’è sempre! Basta tanto poco per finire a pezzi! “
“Anche tu hai cercato l’emozione forte, però. L’hai cercata, la paura! Andavi a più di duecento all’ora, quel giorno, ed era una strada provinciale. Stretta, strettissima a quella velocità… e così corta! E allora?”
“Quel rettilineo sembrava finire dieci metri avanti i miei occhi… e stavo così steso sulla moto che mi sembrava di avere il naso a dieci centimetri dall’asfalto della strada. Ho mollato quasi subito. “
“E confessi? “
“Confesso una emozione violenta e la paura, il suo condimento. La stessa che provavo pelando i tetti delle auto pochi istanti prima di tirare un looping per poi atterrare con la visione della buca a terra fatta il giorno prima da un pilota che avevi salutato per ultimo prima del suo decollo.-
“E mentre danzi con le stagioni? Hai paura anche allora? “
“No, come potrei? Sei così assorbito da ciò che vedi e vivi! Ancor oggi mi racconto la primavera sulle strade, quelle strade lunghe, immerse in campi verdissimi, sotto un cielo tutto grigio e pigro ed umido… con i pensieri che si muovono nella mente in volute lente, torpide… un torpore soltanto a tratti scosso dalle macchie di colore del violento giallo dei campi di colza in fiore. Ricordo i sospiri che sfuggono dentro il casco, il profumo esalato da quel verde umido e corroborante. E la primavera sulle strade, con gli occhi pieni del colore dei fiori degli alberi di Giuda e di quelli delle forsizie, che imbrogliano, con una gioia priva di pudore, esplodendo i fiori quando gli altri vegetali si stanno ancor dando da fare ad emettere le foglie, intanto ogni altro albero ed arbusto si sforza di mostrarsi con il verde più tenero e brillante, in competizione per conquistare la meraviglia del verde più fresco. “
“Ma…? “
“Ma non puoi non vedere quel lungo, infinito guard-rail… paziente ed instancabile nell’attendere di affettarti un braccio, o una gamba, o il collo…. come una lama ben affilata. Con cento occasioni perché tu e la tua moto andiate a fare quella spiacevole esperienza.”
“Non ci pensare. Dimmi dei profumi, invece.”
“I profumi della primavera avanzata, quando si va in giro con la visiera del casco semiaperta, per lasciarli penetrare ed affondarvi il viso… il profumo delle ginestre delle isole, quello della lavanda di Provenza! Ti sei accorto di quando ci sei entrato. Trovi l’alito caldo ed umido dei campi strapieni di mais, e l’aroma fragrante del fieno appena tagliato, e l’odore irruente del letame che nutre la terra, ed i vapori bollenti delle erbe che cuociono al sole. “
“Ma… ma? “
“Ma come fai ad ignorare quei muretti infiniti di cemento, quelle grigie meraviglie componibili che separano le carreggiate, e che ti aspettano?
Un sasso schizzato da una ruota d’auto.
Una vespa che ti s’infila nel casco…
Un piccolo urto, una ruota che perde aderenza.
Tu lo sai, ci sono ampie possibilità di scelta:
Grattugiarsi fino alle ossa strisciando il muretto o l’asfalto…
Giocare a carambola restando al di qua… (gesticolai, mimando un tragico flipper.) o saltare di là per spiaccicarsi meglio. Senza sapere chi sceglie quale sia il tuo gioco…
Forse senza nemmeno il tempo di capire quale sia, il dannato gioco! “
Chinai il capo e tacqui mentre un venticello gelido mi passava sulle orecchie, teso come un rasoio.
“Ma, nonostante tutto, il bagnato, o il ghiaccio, o il terriccio viscido che sporca l’asfalto non ti fermano, d’inverno, eppure l’unico profumo che senti è quello del freddo… E sei qui con la moto, e ti porti a spasso un’ospite. “
“Avrei preferito farti correre su monti e colline, in mezzo ai colori ed ai profumi dell’autunno“,
dissi sbirciando la Signora, che contemplava le montagne imbiancate, e mi resi conto di ciò che avevo appena detto.
“Ma tu li conosci da sempre, dall’alba dei tempi… “
“Dimmeli tu… è tanto tempo che non ci penso più. Forse me ne sono scordata. Racconta, su. “
“Non è possibile raccontare tutte le sfumature del verde, del marrone, del giallo e dell’arancio che si affollano nei boschi dell’autunno! Magari lo sapessi fare! Dimentico perfino i primi due o tre degli infiniti rossi degli aceri, non appena è passato un po’ di tempo, quando i miei occhi non ne sono più riempiti… Ogni bosco ha un profumo diverso, e questo profumo cambia, se lo respiri al mattino, piuttosto che a metà del giorno o al tramonto. E poi cambia ancora al variare dell’umidità… e dopo una notte umida respiri fragranze che ti allargano i polmoni e la mente… “
“Continua… “
– … –
“Continua, su, non essere ritroso. Io sono…”
“Non dirlo! E’ soltanto nel cuore dell’autunno che i colori ed i profumi ora ti imbaldanziscono, quando il sole è caldo e l’aria asciutta, ora ti commuovono, quando tramonta il sole. Ed infine ti riempiono di dolcezza, tristezza e rimpianto, quando rinfresca ed è più umido, e molte sono le foglie già cadute ed i profumi sono quelli che sentivi da bambino nei boschi e nelle campagne e tra i cespugli delle rive dei fiumi. “
“E dov’è la paura? “
“Mah! – ammisi, dopo averci pensato su un po’. – Forse non è davvero paura, quella di volare via insieme alle foglie e di perdersi nei boschi dell’autunno… Forse non c’è paura di finire tra alberi e cespugli. O forse non è il momento di pensarci, o il caso di continuare a farlo.”
“E’ così. Alla fine le paure sono consumate, sbiadite, ridotte. E ti resta così tanto in cambio! “
“Davvero? “
“ Tu lo senti. Io mi porto via le tue paure, ed il piacere di tutte le cose belle che mi hai raccontato . Continua a goderne. Continua! “
“Con minor paura?”
“Sì, o no. Non importa, se continui a goderne. Con prudenza, se vuoi, perché lo devi. “
Restai in silenzio, fissando la Signora in Nero, che se ne stava ancora seduta sull’Harley, rilassata, con il vestito ed il cappuccio che ondeggiavano con grazia e compostamente al soffio del vento dell’inverno.
“Ti saluto, ora. E’ tempo ch’io vada. “
“Arrivederci, Morte. “
“Arrivederci, motociclista. Sii prudente. Cerca di non arrivare in anticipo al nostro appuntamento! “
“InshAllah. “dissi, come mio solito.
Ma la Signora in Nero era già svanita.

Scavalcai l’Harley, avviai il motore. Mi sentivo più tranquillo.
Rasserenato. Beh, anche rassegnato. Rimasi ad ascoltare il canto del motore.
Il poderoso ronfare mi cullò, le vibrazioni mi riscaldarono.
Il sole continuava a splendere, in quel bellissimo, gelido sabato. Conclusi che la Morte appariva ora qui, ora là, ma la Vita era dappertutto. Era il caso di vivere. Infilai il casco riportando la moto sulla strada verso nord.
Le montagne coperte di neve scintillavano incoronando l’orizzonte, ed era uno spettacolo bello da piangere.

<< La incontrai nel 2000, in un tornante di bocca serriola in una gelida domenica di gennaio, la vidi un’altra volta, a Roma, nel 2001… era presto.>>

PG

Barnstormer@

Ciao a tutti, mi presento… mi chiamo Barnstormer.
Lo so, e’ un nome strano, soprattutto per una moto e non so neanche come gli sia venuto in mente.
(barnstormer(assalitore di fienile) letterale: tempesta nel fienile, pilota da circo, quelli che raccoglievano un fazzoletto da terra con la punta dell’ala dell’aereo in volo, reduci della 1^ guerra mondiale che al posto della liquidazione ritirarono l’aereo con il quale volavano dandosi ai battesimi dell’aria presso paesi sperduti nelle campagne americane, scambiando un volo per una dormita nel fienile sotto l’ala del proprio aereo)
So solo, che circa 11 anni fa il mio padrone mi ha attaccato questo nome al culo e da li non si è più levato…
Ma cominciamo dall’inizio…
Siamo a marzo 1998, un inverno freddo… ma molto freddo!
La mattina il negozio apre come sempre e comincia un andi e rivieni di sorelle e cugine, un po’ ammaccate, un po’ doloranti… che raccontano di come la sera prima la strada si fosse gelata diventando una vera e propria pista di pattinaggio…
“Dovevi vedere! Non riuscivo neanche a stare diritta! E quel cretino che continuava ad aprire il gas! Tanto non e’ lui a finire per terra… lui salta via ma il muso me lo rompo io!…”
Cosa non avrei dato per poter vedere anch’io, toccare con gomma… ma il mio posto era in vetrina… almeno per ora.
“Non ti scoraggiare, con questo tempo e’ meglio stare al calduccio. E poi vedrai, con la primavera arriverà qualcuno pronto a divertirsi un po’, e allora la strada sarà tua. Vedrai, le piste, le grattate alle pedane, e le impennate! Ti divertirai!!!”
Cosi mi armai di pazienza, e intanto ascoltavo i discorsi delle altre e sognavo del mio futuro. Già
mi vedevo, nelle mani di uno di quei ragazzotti che danno di gas, amano la velocità e vanno pure in pista. Mi aspettava una vita spericolata, da vera sportiva…! Ma quella sera, quando vidi quel quarantenne entrare nel negozio… mi prese un groppo e sapevo che i miei sogni sarebbero
naufragati nel nulla.
Non ebbi neanche il tempo di ribellarmi. Il lunedì sera mi vide e parlò con il gestore del negozio. La mattina dopo portò l’assegno. Il giovedì avevo la mia targa appiccicata sulle terga… E il sabato, quel lontano 20 marzo, con i brividi di freddo e di paura che mi scorrevano ovunque, lasciai la sicurezza del negozio per affrontare il mio destino.
Lo ammetto, i primi mesi furono un vero shock. All’inizio dividevo un box buio con una motina e una Toyota land cruiser. Ci stavamo strette, ma almeno non ero sola. La motina raccontava di strane imprese (piu’ di 500km in un giorno… e io pensavo “che bugiarda!!!”) ma anche la macchina raccontava di lunghi viaggi a macinar chilometri, e di strade percorse ad alta velocità… e poi capii… il mio destino non solo era nelle corse, nelle pieghe folli e nelle gare in pista… ma anche nei tanti
chilometri di noioso asfalto. Mi sentii male.
Così, ogni volta che tornavo al negozio per fare il check-up le altre raccontavano delle loro impennate e di quanto fossero andate veloci, e quando chiedevano a me quali prodezze avessi fatto… gli parlavo del Passo Brallo fatto con la neve, del tramonto a Chiavari in compagnia di
un GS, del traghetto sul lago e la stradina sporca di ghiaia lungo quella valle incantata, e di quante amiche mi fossi fatta… BMW, Yamaha, Ducati, e molte ancora. Mi guardarono male, come se avessi bestemmiato, e io mi sentii morire dentro. Mi sembrò uno spreco vedere tutti quei posti, e avere il tempo per godermeli. Mi sentivo una fallita, incapace di gridare al mondo chi fossi veramente: una sportiva da gara! Ma poi, ogni volta che uscivo dal negozio e ritornavo su quelle
strade, mi ritrovavo di colpi su altri passi innevati, in mezzo a campi fioriti di girasoli, in fondo a gole incantate… e piano piano capii che a me, tutto sommato, piaceva così.
Poi un giorno, a sorpresa, entrai in pista. C’erano altre 24 moto, divise in gruppi…! Fu un giorno incredibile, di pura adrenalina. Finalmente anch’io sentii il vento, quello vero della velocità, e riuscii anche a grattare entrambe le pedane. Come pure quei peletti che mi fanno tanto il solletico, quelli sulle gomme… anche quelli sparirono!!!!
Il mio sogno si era avverato, ero come tutte le altre!
… Ma lo ero veramente?
Qualche tempo dopo mi capitò di nuovo di parlare con alcune di queste “smanettone”, e mi accorsi che la realtà era diversa… Certo loro impennavano, piegavano, e correvano… da casa all’ufficio, da casa al bar, dall’ufficio al bar. Ma loro non avevano mai visto una serie di tornanti, l’alba sorgere sull’appennino, percorso il Pordoi alle 2 di notte oppure viaggiare oltre i 150 con la strada trasformata in torrente per fuggire dal temporale, non avevano mai sentito la pioggia battente per tutta una lunga giornata di chilometri. A dire il vero, più si facevano belle e lucide e si vantavano delle loro prodezze, più nascondevano la loro frustrazione. Invece, le altre, quelle un po’ sporche di fango, tranquille, con la faccia vissuta…
quelle che se ne stavano in disparte nell’angolo, loro sapevano di cosa parlavo, perché anche loro avevano nel cuore lunghi viaggi lungo strade sconosciute. Alcune addirittura erano andate fino alla fine della terra, a nord, o sulle dune di sabbia nel deserto.
E loro mi guardavano in un modo speciale, e capivo, che non avevo nulla di cui vergognarmi.
Erano come le mie tante compagne di viaggio, erano delle moto, come me.
Beh, oramai, sono passati 132000 chilometri da quel famoso sabato mattina (132654 per l’esattezza!) e credo che per nulla al mondo tornerei indietro per farmi adottare da un centauro smanettone.
Certo, il mio padrone generalmente non va forte come va in pista, e qualche volta mi ha anche fatto cadere ma io non lo giudico per questo. E poi, ogni tanto, mentre non lo guardano, impenna.
Io spero di avere ancora molti chilometri da fare con lui. Secondo me siamo una bella coppia, affiatata. Cerca sempre di farmi fare strade nuove, e si diverte a portarmi su stradine tortuose facendomi credere di essere una moto da enduro (sostiene di non saper leggere le cartine e di perdersi in continuazione… io invece penso che lo faccia apposta, secondo me da giovane faceva cross!)
Certo, non mi spiacerebbe piegare e correre più spesso, ma va bene anche così.
Ripenso a ogni centimetro d’asfalto che abbiamo fatto insieme, e so che non ne avrò mai abbastanza…
Così, quando mi capita di sentire moto che hanno un decimo della mia età e dei miei chilometri, vantarsi di quanto impennano, piegano e corrono… io sorrido, e passo oltre…..io so che ho visto e vedrò cose che loro neanche si immaginano….
Lampeggi,
Barnstormer

Prospero Gambone

© Attimi

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Negli ultimi attimi che precedono il contatto, pensieri e immagini, passati più volte nella mente, convergono verso un unico insieme, quello tra l’uomo e la moto. Assestamenti di rito e movimenti armonici, evidenti conferme di sinergie ancestrali.

(Giovanni Tortora_8 aprile 2016)

I 10 Comandamenti ©

 

I 10 COMANDAMENTI:
– Non avrai altra passione all’infulogoori della moto
– Non nominare il nome degli HP Bikers Team invano
– Ricordati di santificare il boss e i suoi pivot
– Onora il gas a martello
– Non superare a destra
– Non impennare (se non necessario)
– Non intraversare (se non necessario)
– Non fare lo sborone con chi è meno esperto
– Non desiderare la cobiker d’altri
– Non desiderare la moto d’altri
GAS & LOVE fratelli e sorelle

Raimondo Cuciniello ©

Pensieri da cobiker in erba ©

13041454_10208963830201296_6357897894995456488_oPensieri da cobiker in erba (c)

 

È una specie di rito che si ripete. Per ogni viaggio. Qualsiasi sia il biker. Qualsiasi la moto.
Al punto di ritrovo si respira aria adrenalinica, di attesa, si scalpita….
All’urlo del boss “Tutti in moto!”, l’attesa finalmente giunge al termine.
Ed ecco la vestizione.
L’ordine è preciso, e io ancora spesso mi sbaglio…. i guanti per ultimi!!!!! E gli stessi dilemmi: ma il sottocasco lo metto dentro o fuori dalla giacca???? Mah…. Dipende…..
Non so come, ma i biker sono sempre più veloci di me nel rito della vestizione…. Ma sempre meno!
Chi non lo ha già fatto, abbassa le pedaline per la cobiker. Assomiglia tanto ad un gesto galante, come se ti aprisse lo sportello per farti entrare in auto…
Il centauro sale sul destriero ed è come se subito si fondesse con la moto, in unico corpo. Sale con la testa bassa, piedi a terra, mani sui manubri e poi tira su la testa, dritta e fissa davanti.
È lì a tenere salda e ferma la moto, quasi potesse sfuggirgli, quasi fosse un animale che se non tenuto scappa via.
Quello è il momento che mi piace sempre assaporare…
Il compagno di viaggio aspetta che la cobiker salga, rimanendo fermo e guardando in avanti.
Io spesso indugio, mi godo questo attimo prima del contatto con la moto e il biker, osservo l’immagine che i due creano…
A volte indugio troppo e mi becco un’occhiata impaziente del tipo: “’mbeh????” o a volte più paziente del tipo: “tutto ok?”. Anche se sotto il tono di pazienza a volte si nasconde un: “ma quanto ci mette questa a salire????”
Quando sono in ritardo sono quasi curiosa di vedere quale è il “tono” della guardata. E me la rido mentre aspetto che si giri a controllare a che punto sto… 🙂
Basta. Si monta su. Piede sulla pedalina. Ci si solleva ed evitando accuratamente il bauletto di turno o di sbattere contro le maniglie sporgenti, con la leggiadria a volte di una gazzella, a volte di un ippopotamo finalmente si prende posto!
Manco il tempo di attaccarsi alle maniglie o al serbatoio che il biker si è già dimenticato che sei su ed è partito!
E me la rido di nuovo!!!!
Io ancora non esperta del tutto, cambiando spesso moto e biker, devo capire come star comoda e tenermi salda, ma soprattutto a come dar meno fastidio al biker, cercando la posizione più adatta per non dargli testate o non scivolargli addosso. Quindi cerco di regolarmi se stare più dietro e piegarmi o rimanere più dritta…. E finalmente, dopo pochi minuti di studio ci sono anche io!!!!
Ma il tempo dei riti preparatori è finito. Ora lo spirito e le attenzioni sono rivolte ad altro.
Ora è il tempo di affidarsi al biker e di seguire i movimenti suoi e della moto, godendosi le accelerate, le curve e la velocità.
Il viaggio è diverso con ognuno, chi è concentrato sulla strada, sull’asfalto e sulle curve. Chi si guarda intorno e ti indica uno scorcio di paesaggio da sogno. Chi chiacchiera o chi sta attento a tutte le reazioni della moto che magari la ha cambiata da poco…
Chi è scattoso, chi è morbido e uniforme, chi curva all’estremo e chi resta li dritto.
Ma è sempre emozionante, sempre.
Al rientro verso casa in auto, dopo aver salutato il compagno di viaggio, anche io piego in auto e sorpasso in maniera azzardata come se fossi in moto!

Carolina, cobiker in erba

© Tra le nuvole

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La strada scorre veloce sotto l’ombra di pini secolari, mentre lei, degna prima donna nella circostanza, si esprime tra le curve con la solita veemenza; il sole si alterna a nuvole bianche e i suoi bagliori invitano a ruotare il polso destro. Il tempo di una breve sosta poi arriva, il motore tace e davanti a me, perfettamente circolare, una distesa d’acqua, un tempo bocca spalancata sull’inferno, oggi placido specchio senza risacca. La raffinata unione del pane fragrante con il prodotto di antichi filari, un concentrato di passione, il piacere di evasione, rapidi pensieri, raccolti in un meditato sorriso.

Giovanni Tortora_06 marzo 2016